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70<br />

parte prima<br />

fondamente religiosa. Marta teme di venire espulsa dalla propria con gre ga -<br />

zione religiosa, da cui invece - dice Marta - ottiene sostegno e indi cazioni per<br />

contrastare la propria sofferenza.<br />

Io sono sicura che fosse il diavolo che sentivo voci, parlavo, e certe volte andavo in<br />

trance vicino al tavolo, mi veniva da scrivere delle cose dettate e allora io pregavo: è<br />

stata una lotta! Perché io non volevo scrivere e non volevo avere niente a che fare<br />

con queste voci che mi dicevano di scrivere! Allora prendevo la Bibbia, e la leggevo<br />

a voce alta. Dalla congregazione di Geova, io ho rischiato di essere espulsa! (...) Poi<br />

ho scritto a Roma - noi a Roma abbiamo la sede mondiale dei Testimoni di Geova -<br />

a Roma mi hanno detto cosa studiare, cosa leggere della Bibbia. Mio padre che è un<br />

anziano anche lui pregava (...) E allora c’era una con cui leggevo la Bibbia e poi ci<br />

sono delle cassette che raccontano le letture della Bibbia e io di notte me le sentivo.<br />

[Questo] prima che si sposasse mia sorella, dieci anni fa: lei non voleva che<br />

accendessi la luce di notte, e io stavo malissimo, così prendevo la cuffietta e mi<br />

sentivo le cassette: i racconti biblici, mi sentivo queste cose!<br />

Tutto ciò documenta uno stato di intensa sofferenza, che ebbe riflessi anche<br />

sul piano fisico: Marta racconta che in quegli anni era arrivata a pesare<br />

trentasette chili. Ciò non di meno, Marta si avvicina la mondo del lavoro.<br />

Lavora un mese nell’azienda nella quale era impiegato il padre; una mensa<br />

nella quale, per due ore al giorno vende i buoni pasto e dà una mano per le<br />

pulizie. Il rapporto si chiude dopo un solo mese di lavoro: un giorno Marta<br />

arriva in ritardo, viene rimproverata e la sofferenza, l’umiliazione che discende<br />

da questa esperienza determina la sua decisione a licenziarsi: «il cuoco mi ha<br />

sgridata e io mi sono messa a piangere, non sono più voluta andare e mi sono<br />

licenziata...». A questa seguono altre brevi esperienze, perlopiù tentativi di in -<br />

serimento lavorativo sostenuti dal Centro di Salute Mentale cui Marta fa capo.<br />

Nulla va a buon fine, complici anche i sintomi positivi della patologia: «col<br />

progetto Genesis mi hanno fatto fare una prova col telefono e il com pu ter, ma<br />

sono andata in pallone, sentivo le voci e quello è andato ma lis simo...».<br />

L’ultima esperienza risale all’anno che precede la conduzione del le in ter vi -<br />

ste. Per un mese Marta lavora per conto di un’impresa che ha l’appalto del le<br />

pu lizie in un ospedale cittadino. Si trattava di un lavoro duro, con ritmi ser rati<br />

e orari che la costringevano ad alzarsi molto presto al mattino per poter rag -<br />

giungere il posto di lavoro alle sei: «era una cosa, una cosa da impazzire,<br />

perché poi il lavoro, dopo un po’ io ho imparato ad andare in corsia, ho<br />

imparato a riempirmi d’acqua il carrello, ho imparto da sola e diciamo da sola,<br />

anche, me la cavavo, l’unica cosa che era troppa roba in poco tempo». Alle dif -<br />

fi coltà del lavoro, alla sua evidente fragilità si aggiunsero qui le difficoltà di un<br />

con testo sociale tutt’altro che tenero: «dopo una settimana mi hanno detto:<br />

“senta un po’, lei non è molto sveglia, diamoci una svegliata”, mi ha detto così!<br />

A me è venuto da piangere e ho detto: “non vengo più domani!”. “Allora:<br />

venga e chieda le dimissioni”. Mia madre mi ha detto: “no, tieni duro!” (...)

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